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di Gabriele Bortolozzo

Il reparto CV6 del Petrolchimico di Porto Marghera entra in esercizio nel febbraio del 1956 come impianto di produzione del polivinilcloruro con il processo chimico di polimerizzazione in emulsione del cloruro di vinile monomero (CVM). È un tipo di lavorazione innovativa rispetto alla produzione di PVC in sospensione, già presente in Italia da quattro anni. La polimerizzazione in emulsione presenta subito non poche difficoltà nella fase reattiva e scarico del lattice, per inibizioni, coaguli e formazione di agglomerati di PVC (lumps). Dopo una lunga fase sperimentale, con una sola autoclave, l'impianto CV6 raggiunge, progressivamente, le otto autoclavi nel 1960, e una produzione giornaliera di circa cento tonnellate di PVC. La conduzione delle autoclavi avviene in un unico locale. La sala quadri è un tutt'uno con l'impianto.

L'autoclavista esegue tutte le operazioni lavorative dentro allo stesso locale, luogo nel quale avviene il carico del CVM e additivi, la conduzione impiantistica, lo scarico del lattice. La sala quadri non è separata dall'impianto, ma fa parte dello stesso e quindi i lavoratori operano costantemente in un ambiente saturo di CVM che proviene dalle lavorazioni e dalle varie perdite impiantistiche, dai boccaporti dei reattori, dalle bacinelle filtranti dove avviene lo scarico del lattice impregnato di CVM (con l'operatore costretto ad usare continuamente delle aste per rimuovere la patina che si forma sulle pareti del filtro). Gli operatori, uno per ogni autoclave, quando entrano nel reattore per la pulizia e stacco dalle pareti delle croste di PVC, usano attrezzi metallici, raschietti, scalpelli e mazze, un lavoro che normalmente dura dalle due alle quattro ore ma che a volte, a causa dei grossi strati di polimero, si prolunga per otto ore. L'impianto autoclavi è costituito da tubi di vapore, acqua calda, camicie di riscaldamento e in tali condizioni di umidità, caldo, fatica, con il microambiente saturo di CVM, è impossibile usare la maschera. Gli addetti alla pulizia interna delle autoclavi sono esposti a migliaia di ppm (parti per milione) di CVM, quelli addetti allo scarico del lattice a 2000 ppm; nell'ambiente di lavoro dove operano gli autoclavisti c'è la continua presenza di oltre 500 ppm di CVM.

Il lattice prodotto dalle autoclavi finisce all'essiccamento e contiene altissime quantità di CVM. Ci sono tre linee di essiccamento e ognuna, semplificando, è formata da un enorme imbuto in acciaio inox, nel quale viene spruzzato il lattice con degli atomizzatori e dove arriva aria calda da una serie di maniche filtranti, per la separazione di aria e resina, e da dei mulini. Gli operatori dell'essiccamento, uno per ogni linea, nei luoghi di lavoro sono soggetti all'esposizione da CVM, che va da 200 a 500 ppm, e alla nocività della polvere di PVC; inoltre devono subire la rumorosità di mulini, martelli pneumatici e atomizzatori.

Dagli essiccatori la polvere di PVC, e il CVM, attraverso i camini, ricade per centinaia di metri negli adiacenti luoghi di lavoro.

La resina che esce dai mulini degli essiccatori è una finissima e volatile polvere bianca che viene insaccata in un locale adiacente, costituito da sei bocche d'insacco, con un addetto per ognuna. Nell'ambiente di lavoro dell'insaccamento c'è la continua presenza di 200 ppm di CVM.

Gli insaccatori, durante le otto ore lavorative, manipolano oltre quattrocento sacchi da venticinque kg l'uno, che vengono stivati in pedane alte due metri. La fatica, il sudore, l'ambiente umido, polveroso e caldo, impediscono l'uso della maschera.

Fin dalla messa in marcia dell'impianto CV6, alle preoccupazioni dei lavoratori per la costante e gravissima nocività per esposizione al CVM e PVC, i dirigenti del Petrolchimico rispondono con dichiarazioni tranquillizzanti: "Nella chimica fa male tutto ciò che irrita, dà fastidio, asfissia, brucia; il CVM è incolore e inodore (anzi, ha un odore dolciastro), quindi non fa male!". Anzi, informano che il CVM veniva impiegato come anestetico nelle sale operatorie, per la sua azione depressiva sul sistema nervoso centrale.

Con queste tesi si andò avanti fino al 1973, quando si ebbe la conferma che il CVM era cancerogeno. Ma era ormai troppo tardi!

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