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Il Piano regolatore generale del comune di Venezia, emanato nel 1962, prevedeva all’art. 15 “nella zona industriale di P Marghera troveranno posto prevalentemente quegli impianti che diffondono nell’aria fumo, polvere o esalazioni dannose alla vita umana, che scaricano nell’acqua sostanze velenose, che producono vibrazioni e rumori”. Questo articolo viene abrogato solo nel 1990.

1917

Nel febbraio del 1917, mentre infuria la Grande guerra, viene costituito, da parte degli enti industriali, il "Sindacato di studi per imprese elettromeccaniche e navali del Porto di Venezia", alla cui guida c'è Giuseppe Volpi, il più deciso fautore di un insediamento industriale nella terraferma veneziana. Il nuovo progetto prevede l'occupazione di milletrecento ettari di superficie per la costruzione di un porto commerciale, un porticciolo petrolifero, insediamenti industriali e un nuovo quartiere urbano. La zona è a diretto contatto con la parte sud di Mestre, delimitata a est dalla ferrovia per Venezia, costruita nel 1846 dagli austriaci quando governavano il Veneto, a ovest dalla strada che conduce alla riviera del Brenta e a Padova, a sud dal nuovo canale dei Bottenighi. L'ambiente è costituito da barene e velme, frequentato da pescatori di diporto e da contadini nella raccolta del "gro'o", la tipica vegetazione erbacea dei terreni salmastri usata come lettiera per i bovini. È il regno degli uccelli palustri. Il tutto si specchia sui tre chilometri di acque lagunari che lo dividono da Venezia. I mestrini hanno a disposizione un paesaggio unico: le ville venete della riviera del Brenta, con in primo piano la palladiana Ca’ Foscari, il contorno delle isole lagunari di Campalto, Tessera, S. Secondo, delle Tresse, S. Giorgio in alga, S. Angelo delle polveri e, sullo sfondo, il profilo dell'antica città. La verde e azzurra distesa, solo interrotta dai gridi degli uccelli acquatici, ben presto cambia radicalmente aspetto, sommersa da gru, impianti industriali e fumanti ciminiere.

1919

Nel 1919 sono già in funzione le strutture di quello che viene considerato il primo porto industriale sorto al mondo. Nel 1920 è il cantiere Breda a iniziare l'insediamento di nuove fabbriche. La prima industria chimica di Porto Marghera entra in funzione nel 1921.

I primi operai di Porto Marghera fanno appena in tempo a conoscere lo sciopero, nel 1922, durante una "vertenza chimici". Non appena prende il potere, il fascismo toglie libertà ovunque e ancor più nelle fabbriche, […].

1924

Nel 1924, attorno al porto ci sono già ventisette stabilimenti. Nell'iniziale progetto della nuova zona industriale è compreso anche un quartiere urbano. Com'è nelle intenzioni degli architetti, incaricati dal comune, Marghera dev'essere collocata nella prospettiva di una città giardino. L'edificazione viene assegnata alla società Sitaco, di proprietà di Vittorio Cini. La nuova città, a forma triangolare, estesa su trecentosei ettari, dei quali metà destinati a verde pubblico, adiacente al porto industriale, una volta ultimata è previsto raggiunga i 30mila abitanti. I primi edifici abitativi sorgono nel 1924 per conto dell'istituto autonomo case popolari. Per gli operai ci sono gli appartamenti, per gli impiegati le casette bifamiliari, mentre ai dirigenti sono riservate le villette. Una clausola stabilisce che per le case di Marghera la precedenza spetti a famiglie residenti in Venezia centro storico, allo scopo di risanare l'antica città; inoltre, il locatario deve lavorare nelle vicine fabbriche, oppure essere un disoccupato da impiegare nelle industrie in fase di avviamento.

1926

Nel 1926, con la soppressione di tutte le rappresentanze operaie di fabbrica, la legge n. 563 disciplina il sistema delle relazioni tra lavoratori e industriali e istituzionalizza i sindacati fascisti in esclusiva rappresentanza di tutti i lavoratori; lo sciopero e la serrata vengono ritenuti dei reati.

Un decreto governativo dello stesso anno, con lo scopo di creare una grande metropoli, toglie l'autonomia amministrativa ai comuni della terraferma di Mestre, Chirignago, Favaro Veneto e Zelarino, che vengono incorporati in quello di Venezia.

1929

Nel 1929 le aziende di Porto Marghera sono cinquantacinque, con 10mila occupati; quindici sono le aziende chimiche; è la cantieristica il settore che detiene il maggior numero di occupati, 880.

Nel veneziano, durante il regime fascista, gli unici a protestare nelle piazze sono i disoccupati, che si ritrovano in più riprese a Mestre a iniziare dal 1930. Nel 1931 a Venezia i disoccupati sono tredicimila e sfilano in corteo contro i lavoratori immigrati dalla campagna. Con la prospettiva di un sicuro posto in fabbrica, e di una casa accogliente a Marghera, c'è la lotta tra cittadini e "campagnoli", così definiti dai veneziani tutti coloro che risiedono in terraferma. È fin dalla nascita di Porto Marghera che gli industriali preferiscono la manodopera rurale a quella cittadina. Nel marzo del 1932 una circolare del direttivo veneziano del Consiglio dell'economia corporativa riporta: "Bisogna ricordare, come altre volte sia stato fatto presente dagli industriali, che la manodopera cittadina è meno gradita di quella rurale per varie ragioni, che si possono riassumere nei seguenti difetti: minor resistenza fisica, minor costanza al lavoro, minor senso della disciplina". Nel preferire operai campagnoli, gli industriali dimostrano, inoltre, di non voler dimenticare che i primi operai della Breda, provenienti dai prestigiosi cantieri navali di Venezia, erano in possesso di una radicata coscienza di classe che era servita a costituire un movimento di lotta sindacale, basato su rivendicazioni salariali, del tutto sconosciuto nelle altre fabbriche di Porto Marghera. Per frenare le proteste, proteggere i lavoratori della città dalla concorrenza rurale ed evitare crisi e tensioni sociali in Venezia-centro, due decreti prefettizi, del 1930 e 1932, emessi su pressione delle autorità fasciste, vietano alle industrie di Venezia di assumere forza lavoro residente fuori città. Gli industriali di Porto Marghera, per non vedersi privare della manodopera reclutata tra i braccianti e i contadini delle vicine campagne, si fanno in quattro e chiedono la revoca dei decreti. Si fanno sentire anche i lavoratori delle campagne, per i quali la nascente industria è l'unica via per poter uscire dall'antica miseria, e i podestà ne diventano i portavoce. In pratica l'afflusso degli operai rurali verso le industrie veneziane riprende come e più di prima. Ovvie, a questo punto, le proteste degli agrari che si vedono sfuggire sovrabbondante manodopera, sempre a disposizione e sottopagata, se non pagata in natura.

1932

Nel 1932 sono cinquemila gli inquilini delle case popolari di Marghera, attorni­ate da orti e giardini. Nel quartiere vengono collocate diecimila piante; siepi e fiori adornano i larghi viali e le rotonde. La stampa dell'epoca dipinge con enfasi il nuovo quar­tiere "baciato dal sole, nel quale si respira un'aria sana"; inoltre, si fa presente ai cittadini che le nuove abitazioni di Marghera si distinguono da quelle lasciate a Venezia per essere dotate di water closet, luce e acquedotto.

Il regime fascista vuole caratterizzarsi con delle opere pubbliche monumentali. Nel 1933 viene inaugurato il ponte autostradale translagunare che collega Marghera a Venezia. Dello stesso anno è la costruzione del cavalcaferrovia che unisce Mestre alla nuova zona industria­le.

Negli anni trenta le mire espansionistiche dell'Italia fascista danno un ulteriore sviluppo industriale a Porto Marghera. Il bisogno di navi da guerra fa ampliare i cantieri Breda, ai quali viene affiancata la siderurgia, con l'Ilva. C'è un susseguirsi di nuove fabbriche metallurgiche: la Piombo e zinco; la Sava, che produce alluminio e le sue leghe, con un settore specifico riservato a scopi bellici; la San Marco, produttrice di cromo. Nello stesso periodo è presente a Porto Marghera anche la Montecatini, con alcune fabbriche di trasformazione di prodotti minerari e produzioni chimiche.

Le nuove fabbriche chimiche danno un loro contributo, il più deleterio, nella guerra d'Etiopia del 1936, durante la quale viene usato un potente aggressivo, soffocante e caustico, l'iprite, un composto organico contenente cloro e zolfo, già sperimentato nella prima guerra mondiale dai belligeranti europei. Lo zolfo per la fabbricazione dell'iprite, usato dagli italiani in Africa, viene prodotto a Porto Marghera.

La storia si ripeterà anche dopo il conflitto mondiale. Con la guerra di Corea le fabbrifabbriche di Porto Marghera ottengono commesse e lauti guadagni. La Sordon si ingrandisce e i proprietari si arricchiscono producendo i derivati della chimica che servono agli americani sul fronte asiatico.

1940

Nel 1940 gli stabilimenti sono circa cento, con 17mila dipendenti; la zona industriale raggiunge un'ampiezza di 5,3 chilometri quadrati. Importanti fabbriche sono: Agip, Breda, Italsider, Sava, Leghe leggere, Montecatini, Vetrocoke, Azotati.

Nel dopoguerra la prima zona industriale si sviluppa notevolmente con il comparto chimico: è la Sicedison con la collaborazione tecnica dei gruppi americani  Monsanto e Union Carbide che inizia la concorrenza alla Montecatini. Sul fronte lagunare sorgono impianti del cloro, della trielina, dell’acetilene, del cloruro di vinile monomero (CVM), che dà il via all’era della plastica.

I tempi moderni

Come è moderna la città e la sua fabbrica; così sono “moderni” i materiali che qui vengono prodotti; un esempio è il Moplen, una plastica scoperta dal chimico italiano e premio Nobel Giulio Natta. Il Moplen è il nome commerciale del polipropilene isoattico e viene prodotto dalla Montecatini-Edison, che si avvale del noto comico e attore Gino Bramieri per uno dei più famosi spot pubblicitari dell’epoca. Il Moplen viene descritto come materiale ideale per la casa moderna, leggero, silenzioso, sempre lucido e brillante, forte ed elastico. A chiusura dello spot Gino Bramieri alla domanda “E mo’?” risponde “E mo’? Moplen!”, questo slogan entra nel linguaggio quotidiano degli italiani.

L’altra faccia della medaglia è meno brillante. Dietro alle opportunità lavorative, allo sviluppo economico, si nascondono questioni molto più complesse.

Il petrolchimico non chiude mai e i turnisti hanno una giornata completamente libera ogni 7 settimane. Il riposo settimanale viene considerato il giorno in cui si smonta dal turno di notte, alle sei del mattino, per riprendere il lavoro il giorno dopo, sempre alle 6. I turnisti hanno 12 giorni di ferie all’anno e la presenza è obbligatoria anche nei giorni festivi, compresi Natale, Pasqua e Capodanno perché la fabbrica deve essere attiva sempre e comunque 24 ore su 24.

In fabbrica c’è sempre un clima di tensione ed ostilità. I guardiani sono armati di pistola, determinati e temuti; hanno piena libertà di movimento e di azione. Girano in continuazione per la fabbrica; i controlli sono continui e le sanzioni vanno dalla trattenuta sulla busta paga, alla multa al licenziamento.

Gli operai sono costretti a lavorare in nubi di gas CVM che s’insinua e diffonde ovunque, intacca i polmoni, fa ingiallire la pelle. Nonostante un’accurata doccia, le sostanze chimiche si impregnano nella pelle e lasciano tracce, con la sudorazione, sulle lenzuola. Ben presto l’Edison che veniva chiamata “Eà Sice” diventa “el sanatorio” a causa delle malattie e disturbi polmonari che provoca. Gli operai della fabbrica vengono osservati con diffidenza e commiserazione. Molte ragazze di Mestre stanno alla larga dagli operai. 

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