Innesco la campagna contro lo scarico dei fanghi industriali di Porto Marghera in Adriatico; presento (il primo in Italia?) esposti contro l’invio all’estero (Spagna, Germania dell’Est, Romania) dei fusti tossici e nocivi; cerco, con denunce, mettendo al corrente i ferrovieri di Democrazia proletaria e informando la stampa, di far fermare la spedizione in Nigeria dei fusti tossici e nocivi in partenza dal Petrolchimico, la cui autorizzazione è avvenuta con un accordo con il cdf, ma inutilmente. Saranno le proteste del governo della Nigeria a farci tornare i famosi fusti della Jolly Rosso, con i sindacalisti del Petrolchimico a sbandierare impegno ecologico ed ambientalista
L’esportazione
L’interrogazione parlamentare di Michele Boato (originata da lettera anonima fattagli pervenire da operai Montedison) fa esplodere il caso.
Presso lo stabilimento Montedipe di P. Marghera, stanno succedendo cose strane, lavoratori in tuta bianca a completa protezione biologica, stanno manipolando e caricando misteriosi fusti su container. A detta degli esperti contengono rifiuti non smaltibili in loco neanche con impianti ad alta tecnologia; si tratterebbe di residui di lavorazione del ciclo di produzione del CVM in fanghi.
Salterà fuori successivamente, che se non fosse scoppiato il caso, la Montedison aveva intenzione di inviare in Nigeria 7.000 bidoni.
La ditta che sta procedendo al lavoro di raccolta ed esportazione dei rifiuti è la ditta PEI (Piattaforma Ecologica Industriale, il cui presidente Jeroncich, è stato fino a pochi anni prima dipendente del petrolchimico e vanta amicizie politiche a tutti i livelli). La PEI si appoggia all’Agenzia Marittima Bonistalli, la quale in Nigeria ha come corrispondente Gianfranco Raffaelli della Iruekpen Construction Company.
I container raccolti dalla ditta PEI partono da Marghera il 21/4/88 su due treni per Livorno Porto Nuovo, dove dovranno essere caricati su una nave danese.
Fioccano le denunce, il Pretore di Mestre indaga e ordina all’ULSS di raccogliere dati per verificare eventuali reati; le dichiarazioni delle autorità competenti sono tranquillizzanti; dicono che tutto è a posto che le autorizzazioni sono in regola.
La nave danese parte con un ritardo di pochi giorni e scarica il suo carico a Port Koko in Nigeria.
Credo di essere stato il primo in Italia a denunciare, pubblicamente e alla magistratura, la spedizione all'estero di fusti pieni dei peggiori rifiuti del Petrolchimico (peci, altobollenti, code di lavorazioni cancerogene), con accordi, taciti o firmati, tra cdf e direzione aziendale. Si iniziò con l'invio in Spagna, poi nella Germania dell'est, in Romania, nel Libano ed infine in Nigeria; in quest'ultimo caso coinvolgendo i ferrovieri. Tutto inutile! Ci volle l'intervento del governo nigeriano per fermare l'operazione e far ritornare i fusti, coi sindacalisti a schierarsi, ma solo a questo punto, dalla parte della protesta popolare. Sono del parere che la produzione e lavorazione di sostanze chimiche riconosciute cancerogene debba venir messe al bando. Bisogna, a Porto Marghera come altrove, arrivare alla riconversione industriale e produzioni a totale ciclo chiuso, senza alcun versamento nell'ambiente di sostanze nocive. Nessuno deve pagare per il "moderno progresso chimico", siano essi lavoratori o cittadini.
Il Ritorno dei bidoni
Maggio 1988: la vicenda del cargo siriano Zanobia con il suo carico di bidoni tossici fa esplodere a livello internazionale il problema dei rifiuti tossici esportati dall’Italia; i siriani rispediscono al mittente dei bidoni che avevano girato per un anno il mondo senza che nessuno li volesse.
Lo scandalo internazionale ha una ripercussione immediata: la Nigeria obbliga il governo italiano a riprendersi i rifiuti tossici scaricati a Port Koko.
I “poveri rifiuti della Montedison di P. Marghera“non sono potuti rimanere in Africa che un paio di mesi, vengono mescolati assieme a molti altri accumulati lì per anni e caricati nelle stive della Karin B, Deep Sea Carrier, Ken Sea e si apprestano al rientro in patria.
La Monteco e l’Eni Ambiente partecipano in Nigeria al recupero dei rifiuti caricati nella Karin B.
Il 14/9/88 sulle pagine del Tirreno appare l’intervista al sedicente ing. Jeroncich della PEI, sentito come grande esperto del settore. Jeroncich sponsorizza la soluzione di inviare i bidoni che tornano ai forni inceneritori della Monteco di P. Marghera e Monteco.
Anche il Libano pretende che l’Italia si riprenda indietro 12.000 bidoni scaricati nel 1986.
Il Ministero dell’Ambiente incarica la Monteco del recupero; Monteco, attraverso un giro di subappalti incarica: San Giusto Rinascita, PEI, Pulitecnica.
Gli esportatori indirettamente vengono premiati!
I tecnici italiani caricano 9932 bidoni e 23 container di terriccio contaminato nella Jolly Rosso. Il 6/1/89 parte dal Libano e arriva a La Spezia il 18/1/89.
La nave resta ferma col suo carico sino a marzo.
Sorvoliamo su polemica e guerre locali contro i bidoni…viene sistemato da imprese “amiche” il capannone Cs1 del petrolchimico di Marghera, lavori preventivati in 300 milioni; i costi però lievitano ad 1 miliardo; verrà affittato per 50 milioni al mese.
Il 14/7/89 arriva il primo treno con i bidoni al petrolchimico.
Il 13/6/89 la Regione Veneto affida l’incarico di incenerire i bidoni alla Monteco, nei forni di P. Marghera e Ferrara.