Approssimandosi il giudizio d’appello, iniziò il fuoco di sbarramento delle difese di Enichem e Montedison. La premessa era che per “loro”, processi del genere non di dovevano fare, perché la responsabilità sarebbe stata tutta della politica e non si poteva mettere sotto accusa un sistema industriale. Proseguirono con attacchi velenosi ai giudici. A fine autunno del 2003giounse in procura generale un perfido scritto anonimo contro il presidente del collegio giudicante, appena nominato. Le difese poi contestarono la presenza di una giudice a latere, ricusandola. La malcapitata aveva la sola colpa di aver dato ragione a un lavoratore del CVM, tanti anni prima, quando era giudice del lavoro.
Il 15 dicembre 2004, giorno della sentenza d’appello, il presidente Francesco Aliprandi, con i giudici a latere Gino Contini e Antonio Lucisano, dichiara il “non doversi procedere per intervenuta prescrizione” per tutti gli imputati (28) e per tutti i reati (lesioni personali colpose, omicidi colposi, mancanza di impianti aspiratori in fabbrica, contravvenzioni ambientali).
Eppure è un successo. Viene rovesciata la sentenza di primo grado, in quanto si riconosce la tesi dell’accusa sostenuta dal pubblico ministero Casson già nel processo di primo grado e la responsabilità penale degli imputati che avrebbero dovuto tutelare la salute degli operai, anche se quasi tutti vengono assolti per la prescrizione dei termini. Inoltre, per mancanza di installazione di cappe aspiranti dal 1974 al 1980, sono stati condannati i direttori dello stabilimento e così pure per violazioni delle norme sugli scarichi in laguna fino a fine anni ‘90.
Nella sentenza di 1° grado il giudice Salvarani aveva riconosciuto il nesso di causalità tra esposizione a CVM e tumori o altre malattie, ma affermava anche che fino al 1973-‘74 queste informazioni non erano note. Quando lo sono state, l’azienda ha agito per riparare alla situazione. Ammissione di nesso, quindi, ma non di colpa.
Ora viene anche riconosciuta la colpa, perché gli interventi sono stati ritardati fino ad almeno il 1980. Questo apre le porte ad azioni civili poiché i danni, anche ambientali, non si prescrivono.
E c’è un imprevisto, lo sberleffo a tutta la strapagata difesa degli ex dirigenti Montedison ed Enichem: una persona è morta troppo tardi, nel 1999. Le altre morti (200) non superavano il 1990, e sono quindi prescritte. L’operaio, morto di angiosarcoma epatico dopo gli altri, è Tullio Faggian, e per il suo caso il processo di secondo grado si conclude con 5 condanne a 1 anno e 6 mesi di reclusione per omicidio colposo. La fabbrica della morte. Sono le 11 quando Francesco Aliprandi, presidente della corte, entra nell’aula-bunker con la sentenza d’appello del processo per quasi 200 morti ed i disastri ambientali del Petrolchimico di Porto Marghera. È il sostanziale capovolgimento della assoluzione generale del primo grado. Ad Aliprandi sono bastati, a decidere, un giorno e mezzo di camera di consiglio. Legge: “In parziale riforma della sentenza del Tribunale di Venezia…”. Si capisce che qualcosa è cambiato. A partire dall’esordio: dichiara il “non doversi procedere” nei confronti di Eugenio Cefis perché il reato è estinto a causa della recente morte dell’imputato: non è la formula di una assoluzione. Né sono assoluzioni le raffiche di “non doversi procedere” nei confronti dei rimanenti 28 imputati per quasi tutti i reati: le lesioni personali colpose – cioè le epatopatie e le malattie professionali – gli omicidi colposi, la mancanza di impianti aspiratori in fabbrica, le contravvenzioni ambientali: tutte per “intervenuta prescrizione”.Resta quel piccolo imprevisto, Tullio Faggian. All’inizio del primo grado era vivo, e tra i malati: apatopatia. “Compatibile con l’alcool”, insinuavano i professori delle difese. È morto durante il primo processo, almeno ha evitato di ascoltare il blocco delle assoluzioni di allora. Per lui, solo per lui, Aliprandi pronuncia adesso le condanne. Riguardano Alberto Grandi, ottantenne vice e successore di Cefis, ex ad di Montedison, poi presidente dell’Eni: Emilio Bartalini, oggi novantaduenne, responsabile del servizio sanitario della Montedison tra 1965 e 1979; Renato Calvi, 84 anni, direttore tra 1975 e 1980 della divisione petrolchimica; Giovanni D’Armino Monforte, 77 anni, ex vicepresidente Montefibre, e infine il ragazzino del gruppo, Piergiorgio Gatti, 73 anni, altro ex amministratore delegato del gruppo chimico.
Tutto aveva avuto inizio dieci anni prima con l’esposto di Gabriele Bortolozzo.
Scorrendo i nomi dei centinaia di morti dalle sostanze cancerogene lavorate a Marghera non si può dire che sia stata fatta giustizia, ma la colpa è stata riconosciuta e le vittime possono ora affermare i propri diritti intentando cause civili in relazione ai reati riconosciuti dalla sentenza, anche se prescritti.
Questa sentenza rappresenta, a livello mondiale, un precedente giuridico di estrema rilevanza.
Il 15 dicembre 2004, dopo un anno di udienze, il presidente della Corte d’Appello di Venezia, Francesco Aliprandi, lesse la sentenza. Il lavoro dei giudici era stato immane, per mesi affogati in un oceano di carte, due milioni di fogli, pressioni a non finire. L’aula-bunker gremita come il primo giorno e la tensione alle stelle. Quando iniziò la lettura del dispositivo, intuii subito che questa volta sarebbe andata in maniera diversa; venne pronunciato subito infatti l’articolo 533, quello delle condanne. E vennero condannati per la morte di Tullio Faggian cinque altissimi esponenti di Montedison: tre ex amministratori delegati (Alberto Grandi, Piergiorgio Gatti, e Giovanni D’Arminio Monforte), il direttore generale centrale della divisione petrolchimica (Renato Calvi) e il responsabile centrale del servizio sanitario e ambientale (Emilio Bartalini). Il “grande” presidente Eugenio Cefis (che aveva appellato contro la prescrizione, “pretendendo” la formula piena) e il direttore dello stabilimento di Marghera, Angelo Sebastiani, furono “salvati” perché nel frattempo deceduti. Seguirono una lista lunghissima di prescrizioni, delle assoluzioni, ma nessuna assoluzione totale per nessuno dei ventisei imputati. Né di Montedison, né di Montefibre, né di Enichem. A conferma del ribaltamento della decisione di primo grado.
Circa le inaccettabili condizioni di lavoro (letteralmente mortali!) esistenti nel Polo chimico di Porto Marghera (Petrolchimico e Montefibre), al di là degli evidenti limiti insiti nella sentenza per le numerose prescrizioni dei reati e per le attenuanti generiche concesse, essa fa emergere una significativa verità. Infatti, nonostante l'intervenuta prescrizione, viene sancita l'esistenza del nesso di causalità fra l'esposizione lavorativa alle sostanze tossiche e cancerogene, in primis CVM/PVC, e l'insorgenza nei lavoratori della malattia di Raynaud, delle epatopatie, degli angiosarcomi del fegato, di altre neoplasie e di infortuni/malattie professionali; inoltre, la stessa evidenzia l'omessa collocazione di impianti di aspirazione nonché l'avvenuto inquinamento delle acque della Laguna di Venezia per lo sversamento nella stessa degli scarichi idrici inquinati derivanti dagli impianti/processi del Petrolchimico, il tutto in violazione del DPR 962/1973 (Legge speciale per Venezia). Concesse le attenuanti generiche, gli imputati Bartalini, Calvi, Grandi, Gatti, D'Arminio Monforte, sono condannati alla pena di anni uno e mesi sei di reclusione ciascuno, nonché al pagamento in solido delle spese processuali dei due gradi di giudizio. Scorrendo, uno per uno, i nomi delle centinaia di operai, uomini in carne ed ossa, uccisi dal CVM al Petrolchimico ed alla Montefibre di Porto Marghera, non si può ancora dire che sia stata fatta giustizia. Non va comunque taciuto che questa sentenza cancella l'ignominia della sentenza di primo grado che aveva mandati assolti tutti gli imputati con l'aberrante affermazione: "il fatto non sussiste".