Il processo inizia il 13 marzo 1998, con osservatori da tutto il mondo perché è un caso esemplare di processo penale, mentre la storia giuridica internazionale ci ha abituati a vedere casistiche simili gestite attraverso processi civili.
Il processo si snoda in 150 udienze con la presentazione di immani volumi di perizie e controperizie che portano alla luce le quantità enormi di sostanze cancerogene scaricate in aria, i danni all’ecosistema lagunare e alla sua fauna, con ricadute importanti sul ciclo alimentare, la devastazione del territorio con discariche autorizzate ed abusive - 120 quelle abusive con 5 milioni di metri cubi di rifiuti - che coprono non solo la zona industriale, ma vaste aree del territorio della provincia veneziana e che per essere bonificate richiedono somme ingentissime, valutate attorno ai 70.000 miliardi di vecchie lire.
Il processo si conclude un triste giorno dei morti, il 2 novembre 2001, con la sentenza che assolve tutti gli imputati da ogni colpa sia sanitaria che ambientale perché le vicende societarie e le loro scatole cinesi non consentono una chiara responsabilità individuale, le leggi esistenti al tempo dei misfatti erano permissive, la cancerogenicità del CVM è nota solo dopo il 1973 e da quella data vengono prese opportune precauzioni (questa la posizione della difesa).
Con 1000 pagine i giudici giustificano la loro sentenza e con altre 1000 pagine Casson giustifica il suo ricorso in appello.
Secondo lui la cancerogenicità del CVM era nota all’azienda dal 1970 ed era stato sottoscritto dai pochi produttori mondiali un accordo per tenere nascosti questi effetti al mondo scientifico e civile. Numerose leggi dal 1956 costringevano comunque le aziende ad evitare l’esposizione dei lavoratori a sostanze nocive, com’era riconosciuto il CVM.
Fu un vero e proprio pozzo di San Patrizio, dal quale scaturirono incredibili report, dossier e verbali di riunioni dei vertici del cartello multinazionale della chimica. A centinaia. Inattesi e impressionanti. Come quelli che si riferivano quasi alla preistoria del CVM, quando tra la Prima e la Seconda guerra mondiale vennero testate con il CVM delle cavie da laboratorio, che a livelli altissimi di esposizione subirono plurimi effetti dannosi, dalle convulsioni alla morte. E fin dal 1959, quando, rimarcata la necessità di tenere strettamente riservata la questione, in data 12 maggio, il responsabile del Biochemical Research Laboratory della Dow Chemical concludeva il giro di scambi epistolari tra società, scrivendo al responsabile di igiene e tossicologia industriale della BF Goodrich. Quella dello scandalo Goodrich di Louisville. Segnalava che il CVM stava provocando qualche problema di troppo per la sua nocività ai danni degli operai, precisando che il limite massimo autorizzato di esposizione al CVM di 500 ppm non dava alcuna garanzia per le esposizioni croniche (come quelle degli operai). Anzi, i 500 ppm erano causa do danni di rilievo (“appreciable injuty”), tanto che non si poteva stabilire un livello privo di effetti nocivi per i lavoratori. Il tutto, però, doveva rimanere “in confidence”.La ricerca documentale non finì lì. Si trovò tutta una serie di comunicazioni internazionali (della Union Carbide, di Pentasote, di Dow Chemical), girate alle consorelle del cartello come Intercompany Correspondence, in cui si esprimeva preoccupazione e si confermava che non si trovava una soglia sicura per il CVM e senza effetti dannosi. Il 24 novembre 1959 si comunicava che !il cloruro di vinile monomero è più tossico di quanto si pensasse”. Nel 1959. Ovviamente “confidential”. Così come doveva rimanere segreto il documento della Union Carbide del 24 ottobre 1966, che parlava degli “evidenti problemi di salute collegati alla produzione del PVC”
La monetizzazione
Alcuni mesi dopo l’avvio del processo per i morti da CVM le aziende propongono un indennizzo alle famiglie dei defunti e ai malati sopravvissuti sborsando circa 70 miliardi di vecchie lire per circa 500 persone. Obiettivo di questa mossa è togliere pubblico e attenzione alle udienze, perché i mezzi di informazione e gli stessi giudici erano impressionati dalla folta partecipazione del pubblico al dibattimento. Alcuni lavoratori e i soli figli di Gabriele tra i parenti dei defunti non accettano indennizzi, rimanendo nel processo con tutte le associazioni, i sindacati e gli enti pubblici (Stato, Regione, Provincia, Comune). Purtroppo però l’aula bunker di Mestre si svuota e i giudici si trovarono di fronte solo lo stuolo di avvocati della difesa e i pochi dell’accusa e qualche sparuto cittadino. Solo per la sentenza finale l’aula bunker si riempì di nuovo.
Il giorno prima della sentenza di primo grado avviene un altro fatto curioso: la Montedison patteggia con l’avvocato dello stato un esborso di 525 miliardi di lire per indennizzo dei danni ambientali, venendo così esclusa dalla sentenza. È una scommessa. Viste le richieste dell’accusa di danni ambientali per migliaia di miliardi, la Montedison spera così di risparmiare, non sapendo che invece il giorno dopo le imprese sarebbero state tutte assolte.
Dopo il processo
Dopo la sentenza di primo grado vengono raccolte 20.000 firme per la richiesta di procedere in appello; le proteste si moltiplicano, e l’Associazione Gabriele Bortolozzo continua con il suo lavoro di ricerca e informazione.